mercoledì 26 giugno 2019

Giulio Cesare e la cena milanese

Durante la campagna di Gallia le legioni di Cesare trovavano riparo durante le pause invernali nelle città della Gallia Cisalpina, tra cui Milano. Nel 50 a.C. queste città erano addobbate a festa come per celebrare un trionfo. Durante uno dei suoi diversi soggiorni milanesi Cesare fu invitato a cena dal suo amico Valerio Leonte. In questa occasione, oltre ai tipici cibi della allora tradizione romana, gli furono offerti degli asparagi conditi con una sostanza liquida biancastra. Cesare, anche se un po' interdetto da quella pietanza, la mangiò in segno di rispetto verso l'ospitalità offerta. Fu così, come ci racconta Plutarco,  che Giulio Cesare assaggio' per la prima volta gli asparagi al burro (cibo fino ad allora non utilizzato dai romani).

martedì 25 giugno 2019

Le strade romane

Le strade romane erano costruite per scopi militari, in modo da facilitare gli spostamenti dell'esercito. Per i romani non esisteva il "concetto" di curvare, ma prevedevano solo un andamento in linea retta.
Le tipologie di strade erano:

  • Strade pubbliche (consolari o pretorie)
  • Strade private (dette agrarie)
Solitamente le strade pubbliche consolari avevano dei marciapiedi ai lati, sui quali erano poste le pietre miliari, che indicavano la distanza dalla prima pietra miliare posta nel foro di Roma.

Sia le strade pubbliche che private potevano essere:

  • Semitera: strada larga circa metà dell'iter
  • Itinera: strade solo pedonali
  • Actus: strade destinate al passaggio di un solo carro alla volta
  • Viae: strade che permettevano il passaggio di due carri affiancati
Le strade erano costruite da soldati, ed erano costituite da 4 strati sovrapposti:
  • Statumen: stato più profondo fatto da pietre e argilla
  • Rudus: secondo strato dal basso fatto da pietre, mattoni rotti, sabbia il tutto impastato con calce
  • Nucleus: fatto da ghiaia e pietriccio 
  • Pavimentum: lastre levigate di pietra che combaciavano tra loro.
Fonte: Le grandi strade di Roma nel mondo di Victor von Hagel 

Il ponte di Traiano sul Danubio

Traiano fece costruire tra il 103 e il 105 un ponte per attraversare il Danubio nel corse della campagna di Tracia dall'architetto Apollodoro di Damasco. Il ponte era situato presso le attuali città di Drobeta (Romania) e la città di Kladovo in Serbia.
La struttura era lunga 1.135 metri e larga 800 metri. L'altezza dal pelo dell'acqua era pari a 19 metri, mentre la larghezza utile per il passaggio era di 15 metri. Era formato da 20 pilastri quadrangolari in pietra collegati da archi in legno.


A ciascuna delle due estremità del ponte vi era un castrum.
Nel 1969 è stata ritrovata un'iscrizione che rivela il fatto che sia stato fatto deviare il corso del fiume per il tempo necessario alla costruzione del ponte.
Già durante Adriano, l'imperatore successivo, è iniziata l'opera di demolizione del ponte, poiché ritenuto un punto di possibile debolezza per il mantenimento di quel confine.
Ad oggi del ponte sono rimasti parti di 7 pilastri sommersi e i resti dei piloni di ingresso sulle due sponde

lunedì 24 giugno 2019

I ponti di Cesare sul Reno


Giulio Cesare ha costruito due ponti di legno sul Reno, durante le guerre galliche. Il primo fu costruito nel 55 a.C., ed in base ai ritrovamenti archeologici, in una località da identificare con Neuweid, a 15 km a valle di Coblenza ed a sud di Bonn.
Il secondo fu costruito due anni più tardi poco più a monte (2 km circa), in una località compresa tra Urmitz  e Weissenturm sempre di fronte alla sponda germanica abitata dagli Ubi. Cesare, una volta tornato in Gallia (nel 55 a.C.), fece abbattere il primo ponte; due anni più tardi (nel 53 a.C.), non solo evitò di distruggerlo, ma pose sul territorio gallico a presidio dello stesso un forte ed una torre alta quattro piani, al fine di dissuadere nuove incursioni in territorio gallico da parte dei popoli Germani.
Il fiume Reno si presentava particolarmente largo e profondo; inoltre la rapidità delle sue acque richiedeva una struttura molto solida. Per questo motivo furono utilizzati come sostegni dei cavalletti a due gambe, di cui ciascuna costituita da due pali molto robusti (con un diametro di 45 cm) ricavati da robusti tronchi della foresta tedesca, uniti tra loro da traverse lunghe circa 60 cm. Questa struttura diede a ciascuna gamba l'aspetto di una scala a pioli, ma essa si opponeva efficacemente alla corrente del fiume.
I pali avevano lunghezza variabile a seconda della profondità del fiume e furono calati nel fiume con apposite attrezzature, quindi messi in posizione e infissi con dei battipali. La parte appuntita veniva conficcata nel fondo del fiume, non innalzandosi perpendicolarmente al letto, ma venivano inclinati in modo che i pali a monte avessero la corrente contro, mentre quelli a valle l'avessero a favore. Sul letto del fiume le due gambe del cavalletto avevano una distanza di 12 cm. Una grossa trave teneva unita la coppia di piloni, completando il cavalletto. Su questa struttura poggiavano travi spesse 60 cm e lunghe quanto la distanza che vi era tra un pilone e l'altro, cioè 5 m. La pavimentazione era costituita di un'intelaiatura di legno poggiata su tronchi trasversali e ricoperta di tavole.


Guantoni da boxe dell'antica Roma




La pratica della boxe nell'antica Roma è ben documentata nelle arti figurative, ma per la prima volta tornano alla luce gli "strumenti del mestiere": due guantoni da pugilato romani, realizzati e usati intorno al 120 d.C., sono stati rinvenuti poco lontano dal Vallo di Adriano, la barriera-fortezza fatta erigere dall'imperatore Adriano nel 122 d.C. per segnare il confine tra la Britannia dei Romani e la Caledonia rimasta ai barbari (a sud dell'odierna Scozia). Più che a guantoni moderni i due indumenti protettivi - che non sono appaiati - erano strisce di pelle ripiegata più volte a formare un'imbottitura, con un'impugnatura da avvolgere sul palmo. Recano ancora i segni delle nocche di chi li ha usati e sembrano fatti per durare: chi li ha provati assicura che sono piuttosto comodi. Uno dei due guantoni era stato riparato, segno che erano fatti per durare. L'arte del pugilato, ampiamente documentata nei testi antichi, era stata praticata e descritta dai Greci, ma fu portata a un livello superiore dai Romani: i soldati la usavano per allenarsi e migliorare le capacità di combattimento. Nelle strisce di pelle avvolte intorno alle nocche venivano talvolta inserite anche piccole placche di metallo.

Fonte: Articolo di Elisabetta Intini

E se Artù fosse stato un generale romano?

Alan Goldsmith, appassionato di storia e vicepresidente dell' associazione turistica dell' Essex, sostiene che quando le legioni imperiali ripassarono la Manica, nel 407 dopo Cristo, lasciarono un contingente di retroguardia a Colchester sotto il comando di un generale di nome Artorius, che per il suo coraggio fu chiamato dalle popolazioni locali re. Camelot, dunque, sarebbe per Goldmith la cittadina di Colchester, la più vecchia della Gran Bretagna, che i romani chiamavano Camulodunum, nome abbastanza simile a Camelot. Vero, falso? Al di là di probabili interessi economici, la teoria di Goldsmith è plausibile. Lo sostiene il professor Ermanno Barisone, che insegna a Genova storia della lingua inglese, esperto in lingua celtica, curatore per l' Utet di una "Storia della civiltà britannica" che uscirà l' anno prossimo. "Non mi pare - spiega Barisone - che si possano negare le teorie di Goldsmith. Sono ipotesi ma non mi sembrano inattendibili. Gli storici sono abbastanza d' accordo nel credere che Artù fosse un leggendario condottiero della Britannia romanizzata, certamente imparentato con le tribù romane, e che sia vissuto nel periodo della fine del dominio romano, che è durato quattrocento anni. Quando, tra il quinto e sesto secolo, i romani vanno via, gli abitanti del luogo, i celti, conoscono il latino, la religione e dunque, all' arrivo degli aggressori normanni, angli e sassoni, meno evoluti, c' è una risposta fortissima all' invasione. Artù fu uno dei capi di quella resistenza celtica contro gli invasori. E per ironia della sorte poi è diventato un mito proprio per quelle popolazioni che aveva combattuto". Che dire invece della dislocazione geografica, Colchester appunto? Scrive Goldmith: "Il sud-est dell' Inghilterra e in particolare l' Essex sono stati grandi centri di potere e commercio nel quinto secolo. Colchester ha molte più probabilità delle altre città di essere stata Camelot". Possibile? "Beh, non è facile dire di no ma direi che la cautela è necessaria. Certo, siamo in un' area impalpabile, di mito o di pseudostoria. Di Artù, infatti, parla per primo lo storico Nennio, nella Historia Britonum dell' ottavo-nono secolo. La mia opinione, studiando la radice celtica del nome, è che Artù, o meglio Artorius o Arturus, fosse un guardiano di orsi perchè Art o Arth vuol dire appunto orso. Dunque, non apparteneva a una famiglia importante.".

Fonte: La Repubblica 

Graffiti del vallo di Adriano

Anche tra i soldati romani c’erano dei graffitari. E come i loro “pronipoti” moderni erano piuttosto irriverenti. In una cava di arenaria nel nord dell’Inghilterra ce n’è una testimonianza: qui si trovano diversi graffiti realizzati da soldati di stanza nell’antica Britannia. Erano in quella cava per estrarre la pietra che sarebbe servita a ristrutturare il vicino vallo di Adriano (la cui costruzione era iniziata nel 122 d.C.), il limes che allora divideva la provincia romana dalla Caledonia.

Molti di quei graffiti sono noti dal Diciottesimo secolo. Ma quattro di questi - risalenti al 207 dopo Cristo - sono stati scoperti da poco nel corso di una campagna di registrazione in 3D di queste opere, che stanno conducendo i ricercatori dell’università di Newcastle in collaborazione con l’agenzia governativa Historic England. I graffiti di Gelt Woods, infatti, non dureranno per sempre.

La soffice roccia nella quale sono stati scolpiti si sta erodendo. Così è stato deciso di renderli eterni, perché turisti e appassionati possano ammirarli anche quando non ci saranno più. Ma com’è possibile che in un sito ben noto agli archeologi da secoli, ci fossero ancora iscrizioni “inedite”? “La cava è, da sempre, difficilmente accessibile. Molte delle scritte appena scoperte sono nascoste tra le varie sfaccettature della cava e finora non erano mai state notate” spiegano da Historic England.

Tra i nuovi graffiti scoperti ce ne sono due di particolare interesse. Uno riproduce un fallo, l’altro è la caricatura di un comandante che aveva la responsabilità di quella cava.



Il primo non ha il significato osceno che gli attribuiamo oggi, o almeno non solo: era un simbolo che i romani utilizzavano per allontanare la sfortuna e, in generale, gli eventi negativi.



Il secondo ritrae un uomo con un pronunciato naso a punta e un mento sporgente: il soldato, autore di quella caricatura, certo non poteva immaginare che quella piccola ribellione sarebbe arrivata fino ai giorni nostri. Quel che è certo è che nel 207 dopo Cristo il vallo di Adriano non era in buone condizioni.


Negli anni precedenti, infatti, le continue incursioni da nord lasciarono i loro segni sul gigantesco muro che per anni rappresentò il confine più settentrionale dell’impero romano. Sotto Settimio Severo iniziò così un’opera di ristrutturazione e, dove necessario, di vera e propria ricostruzione. E proprio durante questi lavori, i soldati romani incisero quei graffiti con degli scalpelli.

distaccamento della Seconda Legione sotto il comando di Agricola". Fotografia di Historic England

Fonte: Federico Formica, Nationa Geografic Italia