giovedì 10 gennaio 2019

Il fiume Rubicone

Oggi ricorre una data storica, infatti il 10 gennaio 49 a.C. Giulio Cesare attraversa il fiume Rubicone con le sue legioni e dà inizio alla guerra civile contro Pompeo. Ma dove è situato il Rubicone? Dove è avvenuto questo famoso guado al grido di “Alea iacta est”? La questione non è semplice e non è ancora stata risolta. Le ipotesi sulla dislocazione geografica sono due:
La corrispondenza tra l'antico Rubicone e l'attuale corso fluviale Fiumicino tra Ravenna e Rimini
La corrispondenza tra l'antico Rubicone e l'attuale fiume Pisciatello-Rigoncello, sempre tra Ravenna e Rimini

PRIMA IPOTESI
La Tabula Peutingeriana, una copia del XIII secolo degli itinerari e delle strade romane del III-IV secolo, riporta il Rubicone ad est della località Ad Confluentes (San Giovanni in Compito) in corrispondenza dell'attuale Fiumicino.


Le caratteristiche topografiche dell’intersezione tra il Fiumicino e la via Emilia rispecchiano le caratteristiche della maggior parte dei confini amministrativi romani. (Fonte: Studio dell'università di Parma).
Secondo questa teoria il Rubicone si troverebbe nella posizione evidenziata nella mappa sottostante.


SECONDA IPOTESI 
A causa di cambiamenti climatici avvenuti in epoca medioevale, si ipotizza che il Rubicone dell'antica Roma abbia subito delle modifiche al suo alveo. Al posto di proseguire nella sua solita direzione si spostò a nord confluendo nel Pisciatello. Il vecchio corso del Rubicone, rimasto con poca acqua, prende il nome di Rigoncello. (Fonti: L'uomo e le vicende della natura in storia di Cesena III; Procopio – Le guerre persiane, vandala e gotica). Quindi la sua antica posizione sarebbe stata quella evidenziata nella mappa sottostante.
Voi quale ipotesi appoggiate? 
Comunque, se volete essere certi di calpestare il luogo in cui Cesare pronunciò la sua famosa frase citata sopra, visitate entrambi i luoghi.

mercoledì 9 gennaio 2019

Strategie battaglie navali

Vegezio nella sua opera sull'arte militare descrive sommariamente anche lo svolgimento di una battaglia navale. Egli afferma che le navi da guerra (del tipo trireme, dette Liburne) si devono schierare a mezzaluna con la curvatura verso il basso e i due “corni” verso l'alto. Le navi con i soldati più forti vanno sistemati presso i due “corni”, in modo da cercare di accerchiare il nemico. Armi tipiche delle battaglie navali erano gli asseri, le falci e le asce bipenni. L'assero era una grossa pratica ferrata munita di falci, che veniva catapultata contro i ponti o le fiancate delle navi nemiche. La falce era una pertica con in cima un falcetto e veniva usato per tagliare le corde delle navi avversarie.

Fronteggiare gli elefanti da guerra nemici

Vegezio (4-5 secolo d.C.) nel suo L'arte della guerra ci racconta quale fosse la strategia dell'esercito romano per fronteggiare gli elefanti da guerra.
“E due cavalieri con le armature si aggiungevano al carro e con delle lunghe lance gettavano addosso agli elefanti degli stracci incendiati. Protetti dall'armatura (e dallo scudo) non tenevano le frecce scagliate dai nemici situati nel cestello posto sopra al pachiderma. In oltre evitavano di essere calpestati dagli elefanti grazie ai loro cavalli leggeri."
“Un altro modo era quello di lasciare agli elefanti la via libera, quasi come se avessero rotto le fila nemiche (facendoli passare), per poi rinchiudere lo schieramento e circondarli.”

lunedì 7 gennaio 2019

Estrarre una freccia da un ferito

Sempre Aulo Cornelio Celso, nel suo De medicina" ci racconta come venivano estratte le frecce dai corpi che ne erano stati colpiti.

Anche le frecce che scagliate nei corpi si infissero si estraggono spesso con grande difficoltà. Queste difficoltà  nascono oltre dalle qualità  di quelle anche dai luoghi in cui penetrarono; ogni freccia poi secondo da dove venne e dove si diresse in modo che ritorni attraverso la scia che si fece.-si incide la carne andando incontro alla punta. Ma se la freccia non profondamente s'infisse ed sulla superficie si trova o per lo meno non oltrepassi luoghi nervosi non c'è  di meglio che donde venne ritrarla. Se poi si fa più tragitto a ritrarla indietro di quello che si farebbe a farla trapassare, se già oltrepassa vene e nervi , meglio aprire e  estrarre quello che rimane della freccia. Ma se la freccia si deve ritrar indietro bisogna dilatare la ferita con il ferro affinché agevolmente venga fuori, senza recare altri danni.

Il dentista dell' antica Roma

Aulo Cornelio Celso era originario della Gallia Narbonense nel 14 a.C.. Fu autore di un'opera in sei libri "De artibus" che trattava di agricoltura, medicina, retorica, filosofia, giurisprudenza e scienza militare. Purtroppo a noi è arrivato solo il trattato "De medicina". Riporto in seguito la traduzione di un brano riguardante odontoiatria.
"Anche certe affezioni della bocca si curano chirurgicamente. In primo luogo i denti talvolta tentennano, ora per la debolezza delle radici ora per l’inconveniente delle gengive rinsecchite. Sia nell’una che nell’altra eventualità, conviene avvicinare alle gengive un ferro incandescente, per toccarle leggermente, senza posarvelo sopra: le gengive cauterizzate, poi, vanno spalmate di miele e sciacquate con vino mescolato a miele; quando le ferite incominciano a ripulirsi, bisogna stemperarvi sopra medicamenti astringenti.
Se però il dente duole e si è presa la decisione di estrarlo perché le cure non servono a niente, bisogna scalzarlo tutt’attorno in modo da staccarne la gengiva; poi bisogna scuoterlo a lungo finché si muova molto. Infatti, finché il dente è infisso saldamente nell’osso, l’estrazione si fa con sommo pericolo e talvolta si sloga addirittura la mascella: tale pericolo è ancora più grave quando si estragga uno dei denti superiori, perché può sconquassare le tempia e gli occhi. Allora bisogna prendere il dente con la mano, se si può, se no, con la tenaglia; e, se è cariato, bisogna prima riempire il foro o con filacce o con piombo ben messo, perché non si spezzi sotto la tenaglia. La tenaglia, poi, va tirata su perpendicolarmente per evitare che, incurvandosi le radici del dente, l’osso spugnoso, in cui il dente è infisso, si spezzi in qualche punto: questo pericolo c’è, soprattutto nei denti corti, che per lo più hanno le radici più lunghe: spesso infatti la tenaglia, quando non riesce ad afferrare il dente o – pur afferrandolo – non riesce ad estrarlo, prende l’osso della gengiva e lo rompe.
Subito poi, quando esce sangue in abbondanza, di qui si capisce che l’osso in qualche punto è stato spezzato: quindi con lo specillo bisogna andare a cercare la scheggia che s’è staccata e tirarla fuori con le pinzette. Se non viene fuori, bisogna fare un’incisione nella gengiva finché si riesca ad afferrare la scheggia mobile: che se a questo non si provvede subito, la mascella esteriormente s’indurisce al punto che il paziente non riesce più ad aprire la bocca: ci si deve mettere sopra un impiastro caldo di farina e di fichi, finché si muova la suppurazione: poi s’incide la gengiva.
Anche la fuoruscita di molto pus è indizio di frattura dell’osso: pertanto anche in tal caso conviene estrarre la scheggia. Talvolta anche, avvenuta la lesione dell’osso, si forma una fenditura che va raschiata. Il dente scheggiato, poi, va raschiato dalla parte dove è nero e sfregato con fiore di rosa tritato, a cui si deve aggiungere una quarta parte di galla e una di mirra, e bisogna tenere a lungo in bocca vino puro. E in tal caso bisogna coprirsi il capo, fare lunghe passeggiate e frizioni alla testa, astenersi dai cibi che danno infiammazione. Ma se qualche dente tentenna per un colpo ricevuto o per altra ragione, va legato con filo d’oro a quelli che sono ben fermi; e occorre tenere in bocca astringenti, per esempio del vino in cui si sia fatta bollire scorza di melagrana o in cui si sia gettata una galla accesa.
Se mai avvenga nei bambini che il nuovo dente nasca prima che il corrispondente dente da latte sia caduto, bisogna ripulire bene bene tutt’attorno il dente destinato a cadere e estrarlo; il nuovo dente va ogni giorno spinto con il dito nel posto che occupava l’altro finché giunga a giusta grandezza. Ogniqualvolta, tolto un dente, sia rimasta la radice, bisogna subito estrarre anche questa con la tenaglia apposita, che in greco si chiama “rhizágra”. 
Le tonsille, poi, che in seguito ad infiammazioni si sono indurite – i Greci le chiamano “antíadi” – e si sono ricoperte di una pellicola, conviene col dito scalzarle tutt’attorno e strapparle: se neppure facendo così si staccano, vanno afferrate con un uncinetto e recise con la lancetta; poi si sciacqui la bocca con aceto e si spalmi la ferita con un emostatico."

Fonte: il testo tradotto dell'estratto è stato preso dal sito della Fondazione Alessandra Graziottin www.fondazionegraziottin.org

sabato 5 gennaio 2019

I cavalli degli antichi romani


Sembra che l'esercito romano utilizzasse due tipi di cavalli.

  • quelli da parata, alti più di un metro e mezzo, come quello trovato recentemente vicino a Pompei. Non erano adatti alla battaglia, in quanto difficili da manovrare e gestire. Una razza molto probabilmente utilizzata in questo senso era quella del cavallo Andaluso, come anche citato da Cesare nel De Bello Gallico.
  • quelli da guerra, più piccoli, da 123 a 140 cm massimo, più maneggevoli e aggressivi. Sappiamo, come riportato dal Ministero dell'Agricoltura e della pesca spagnolo, e da alcuni riferimenti di Plinio il Vecchio, che una delle razze usate era l'Astrucon. Questo cavallo era un pony alto circa 125 cm. Tra le sue caratteristiche c'è un corpo forte e robusto, con ampio collo, pelliccia lunga e arti corti. Tra le peculiarità di questi equini si segnala la loro durezza e resistenza a marciare per tempo senza stancarsi. Un'altra razza di cavalli che sappiamo essere stata utilizzata dai romani è il Pony di Dales, i cui resti sono stati ritrovati nei pressi di Ribchester, in Inghilterra. Anche in questo caso l'altezza del cavallo era compresa tra 1,35 e 1,45 metri.

venerdì 4 gennaio 2019

Lista di alcuni soldati romani premiati

Di seguito riporto un elenco di alcuni nomi di soldati romani che hanno ricevuto onorificenze militari:

  • Marco Celio: Centurione Primo Pilo della XVIII legione, nato a Bologna, morì a 53 anni durante la battaglia di Teutoburgo. Durante la sua carriera militare ottenne una Corona civica, delle Torque e delle Phalerae.
  • Marco Cassio Sceva: Nel 55-54 a.C. in Gran Bretagna difese e salvò i suoi compagni da un attacco nemico improvviso. Venne promosso Centurione e probabilmente decorato con unaHasta pura , anche se non ci sono riscontri precisi. Nel 48 a.C. venne premiato per il suo valore durante la battaglia di Durachium (Durazzo, Albania) con la promozione a Centurione Primo Pilo e una somma in denaro.
  • Gneo Petreio: nel 102 a.C. salvò la legione di cui faceva parte da un attacco dei Cimbri. Infatti il tribuno militare non aveva riconosciuto la situazione di imminente pericolo e la legione non era pronta per affrontarlo. Prendendo il comando della legione con la forza Gneo la fece schierare in tempo per fronteggiare il nemico. Per tutto ciò gli venne assegnata la Corona ossidionale.
  • Quintus Tiberillio e Sesto Digizio (marinaio): nel 210-209 a.C. presero parte alla presa di Nova Carthago (Cartagena, Spagna) sotto il comando di Publio Cornelio Scipione. Vennero entrambi riconosciuti come i primi ad essere riusciti a salire sulle mura nemiche. Per questo motivo furono premiati entrambi con una Corona muralis
  • Marcus Vettio Quirino Latrone: Prefetto di cavalleria della I coorte "Alpini" della Legio II Audiutrix durante la guerra di Dacia sotto Traiano. È stato insignito dell'Hasta pura e della Corona muralis.
  • Marco Cornelio Nigrino: tribuno militare della Legio XIII GEMINA e anche Governatore della Media (Bulgaria e Serbia). Ha partecipato alla guerra contro i Daci ed ha ottenuto le seguenti onorificenze: 2 Corona muralis; 2 Corona castrense; 2 Corona civica; 2 Trionfi e 8 Hasta pura